NON SIAMO SEMPRE
LO STESSO COLORE
Per anni ho dipinto quasi soltanto con il blu.
Non perché avessi deciso che sarebbe diventato il mio colore.
Continuavo semplicemente a cercarlo.


Ho studiato molto Jung e il suo pensiero ha influenzato il mio modo di guardare ai colori, alle immagini e ai simboli.
Credo che alcune cose riescano a raggiungerci prima ancora che sappiamo spiegarle razionalmente.
Succede anche con il colore.
Non siamo sempre lo stesso colore.
A volte cerchiamo quello di cui, in quel momento, abbiamo bisogno.
Per me, per molto tempo, è stato il blu.
E insieme al blu è tornata continuamente l'acqua: la profondità, ciò che si muove sotto
la superficie, qualcosa che cambia forma senza smettere di essere se stesso.
Non credo sia un caso. Ma nell'acqua non mi interessa soltanto quello che nasconde in profondità.
Mi interessa quello che fa.
Oggi nel mio lavoro stanno entrando altri colori.
Alcuni decisamente poco discreti.
Non significa che il blu abbia smesso di appartenermi.
Forse ho semplicemente bisogno di guardare anche altrove.

IL MOVIMENTO.
C'è una cosa che ritorna nel mio lavoro ancora più spesso del blu,
dell'acqua o del cerchio.
Il movimento.
Mi accorgo che difficilmente riesco a lasciare qualcosa completamente fermo.
Il colore scorre, si apre, incontra un altro colore e cambia direzione.
La materia crea onde, rilievi, interruzioni.
Anche quando lavoro su una superficie immobile, cerco qualcosa
che dia la sensazione che quello che stiamo guardando
sia ancora in corso.
Forse è anche per questo che l'acqua ritorna così spesso nelle mie opere.
Dell'acqua mi interessa la profondità, certamente. Quello che sta sotto la superficie e non vediamo immediatamente.
Ma mi interessa altrettanto il fatto che non stia mai davvero ferma.
Può essere quasi immobile e continuare a muoversi.
Può cambiare forma, riflettere ciò che ha intorno, lasciare una traccia e un attimo dopo essere già diversa.
È qualcosa che cerco anche quando non sto dipingendo l'acqua.
Non mi interessa rappresentare il movimento.
Mi interessa farlo accadere.
Per questo lavoro con il colore fluido, ma anche con la materia.
Creo onde, rilievi, aperture, direzioni che lo sguardo possa seguire.
Mi piace quando un'opera non si lascia vedere tutta nello stesso istante.
Quando da lontano sembra una cosa e avvicinandosi ne succede un'altra.
Quando la luce cambia qualcosa.
Quando lo sguardo parte da un punto e, quasi senza accorgersene, viene portato altrove.
Un'opera è immobile.
Quello che succede mentre
la guardiamo, no.

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IL CERCHIO.
Non è soltanto una forma.
Ma l'estetica era soltanto la punta dell'iceberg.
C'era qualcosa in quella forma che mi attirava molto più profondamente, ancora prima che sapessi spiegarmi perché.
Ho studiato a lungo Jung e mi ha sempre affascinato il significato che attribuiva al cerchio: una forma legata alla totalità, alla ricerca del centro, alla possibilità di tenere insieme parti diverse di noi.
E credo che sia proprio questo che continuo a cercare lì dentro.2
Il mio lavoro nasce spesso dall'incontro di forze apparentemente opposte:
controllo e imprevisto, ordine e caos, profondità e leggerezza, ciò che sappiamo di noi e ciò che ancora non sappiamo nominare.
Il cerchio è il luogo in cui riesco a farle stare insieme.
Dentro una forma perfetta posso lasciare che il colore si muova, che la materia cambi, che qualcosa sfugga a quello che avevo immaginato.
Non per eliminare il caos.
Per dargli uno spazio.

Per molto tempo il cerchio è stato anche questo: un luogo protetto.
Uno spazio in cui il rumore poteva fermarsi abbastanza da permettermi di guardare quello che c'era dentro senza doverlo necessariamente capire, correggere o giudicare.
Non dipingo soltanto cerchi e non voglio che una forma diventi un confine.
Lavoro su tela, legno, plexiglass; uso colore, gesso, ceramica a freddo, materia.
Oggi mi interessano sempre di più anche la trasparenza, la luce e la possibilità che l'opera occupi lo spazio.
La forma può cambiare.
Quello che cerco, no.
